23 Dic 2015

C'ERA UNA VOLTA QUEL CHE NON C'E' ADESSO - Editoriale Zeus! n° 61

C'era una volta... è una licenza ad immaginare a ruota libera, è come dire buon viaggio, parti pure da dove preferisci e vai avanti, una parola tira l'altra, e nulla è impossibile. L'abbrivio potrà essere un personaggio che si compone pian piano davanti ai nostri occhi finché lo si potrà immaginare, e mai altro essere, sarà uguale a lui; oppure un luogo improbabile ma non impossibile, "Pocapaglia era un paese così erto, in cima ad una collina dai fianchi così ripidi, che gli abitanti per non perdere le uova che appena fatte sarebbero rotolate giù nei boschi, appendevano un sacchetto sotto la coda delle galline"; o ancora, un fatto nudo e crudo che capita e cambia l'ordine del mondo: un bastimento pieno di mercanzie che si inabissa in mare e lascia il mercante senza più alcuna ricchezza. Non resta che avanzare, proseguire il racconto, portati dalle parole e dagli accidenti che capitano all'uno o all'altro dei nostri personaggi. Prove di intrepidezza: valicare fuochi, ammansire draghi, correre tornei, superare una montagna. Come quella del buon Enrico che alla salita deve compiere ad ogni passo l'impossibile, e alla discesa può compiere l'impossibile quanto gli piaccia, giacché al toccare la cima tutti gli ostacoli si tramutarono in talismani. Il bello delle favole è che appartengono ad un sopramondo che non ha confini, ne pegni all'accesso, un mondo verosimile, tanto da poterci vedere dentro tanta della nostra vita, ma con la gioia di non poterne immaginare la fine. Il bello delle favole è che suonano, sono voce, si immaginano raccontate prima ancora che scritte, e quindi anche lì ci lasciano un grande spazio, potendo muoverci dal quasi silenzio di una porta spalancata sul vuoto al più assordante frastuono di una selva popolata da bestie feroci. Il bello delle favole è che "c'era una volta...", ma quando, chissà? E per quanto tempo? E come dura il tempo? E se ci fosse prima il dopo e dopo il prima? Insomma liberi tutti! E sbagliando non si impara, ma si inventa.

- C'era una volta una bambina che si chiamava Cappuccetto Giallo.
- No, Rosso!
- Ah, sì, Cappuccetto Rosso. La sua mamma la chiamò e le disse: Senti, Cappuccetto Verde...
- Ma no, Rosso!
- Ah, sì , Rosso. Vai dalla Zia Diomira a portarle questa buccia di patata.
- No: vai dalla nonna a portarle questa focaccia.
- Va bene. La bambina andò nel bosco e incontrò una giraffa.
- Che confusione! Incontrò un lupo, non una giraffa.
- E il lupo le domandò: Quanto fa sei per otto?
- Niente affatto. Il lupo le chiese: Dove vai?
- Hai ragione. E Cappuccetto Nero rispose...
- Era Cappuccetto Rosso, Rosso, Rosso!
- Sì, e rispose: Vado al mercato a comperare la salsa di pomodoro.
- Neanche per sogno: Vado dalla nonna che è malata, ma non so più la strada.
- Giusto. E il cavallo disse...
- Quale cavallo? Era un lupo.
- Sicuro. E disse così: Prendi il tram numero settantacinque, scendi in Piazza del Duomo, gira a destra, troverai tre scalini e un soldo per terra, lascia stare i tre scalini, raccatta il soldo e comprati una gomma da masticare.
- Nonno, tu non sai proprio raccontare le storie, le sbagli tutte. Però la gomma da masticare me la comperi lo stesso.
- Va bene: eccoti il soldo.
E il nonno tornò a leggere il suo giornale.

Omaggio a Rodari, tratto da "Favole al telefono", Einaudi, Torino 1962. L'ho raccontata moltissime volte, ora ci stanno tutti i rossi della terra e tutti gli animali del mondo. E quel MA NO ROSSO!! è il suono della voce dei miei figli. E' quindi, anche, una fiaba alla rovescia, di quelle che raccontano i figli alle madri. Grazie.

Elena Turetti
(Si occupa di educazione di bambini e ragazzi fuori e dentro i musei)

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